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Vari studiosi sostengono che le antiche origini dei Tarocchi siano da ricercare nel territorio asiatico. Tale ipotesi viene confermata anche dalle intuizioni provenienti dai mondi sottili. Inoltre, rimanendo nell'ambito della conoscenza sovra-mentale (o, se si preferisce, “spirituale”), non sono pochi coloro che sostengono di aver intuito, in un modo o nell'altro, come il nome “Tarot” derivi da una radice molto antica il cui significato è “Stelle”.
Io stessa ho ricevuto questi e altri simili suggerimenti quando, nel 2019, sono riuscita a svolgere una ricerca akashica, frutto di un profondo desiderio dell'anima, riguardo al tema delle origini ancestrali dei Tarocchi. Gran parte delle informazioni che ho recepito tramite quel canale sottile non saranno, probabilmente, mai dimostrabili. Tuttavia sono rimasta molto sorpresa nello scoprire, solo di recente, alcuni testi scritti dallo studioso Gerardo Lonardoni, in cui vengono pienamente confermate alcune delle intuizioni ricevute sia da me che da altri “navigatori dei mondi sottili”, in merito a questi argomenti storico-esoterici che sembrano sfociare nella leggenda.
Gerardo Lonardoni è autore de «La Via del Sacro – I simboli dei Tarocchi fra Oriente e Occidente», saggio sulle relazioni tra la simbologia dei Tarocchi e alcune correnti del pensiero orientale; ha inoltre contribuito alla monografia «Il Castello dei Tarocchi», curata da Andrea Vitali e dalla casa editrice Lo Scarabeo, con un articolo intitolato “I Tarocchi. Archetipi universali fra Oriente e Occidente”.
Tutte le informazioni che riporto qui di seguito sono tratte dai testi ora citati.
Il progressivo cambiamento che portò i Trionfi rinascimentali a trasformarsi nei Tarocchi di Marsiglia investì ogni singolo aspetto delle carte, dall'iconografia al simbolismo, fino al nome stesso. Il termine “Tarocchi”, che in Italia passò a designare il gioco solo dagli inizi del sedicesimo secolo, era considerato strano e privo di etimologia fin da quando apparve sulla scena. Secoli dopo, gli esoteristi cercarono un'etimologia che evidenziasse le origini sapienziali del termine “Tarot” (utilizzato in vari paesi tra cui Francia e Inghilterra) e lo ricollegarono alla parola ebraica “Torà”, la Legge, o al termine latino “Rota”, la Ruota. In tempi più recenti, altri studiosi hanno ricollegato l'etimo alla parola araba “Tariqa”, cioè “Via Sacra” intesa come percorso verso il Divino. Benché le parole “Torà” e “Tariqa” possano costituire un passo nella giusta direzione, ovvero l'origine asiatica della dottrina sapienziale dei Tarocchi, Lonardoni ritiene che sia più convincente un diverso accostamento, che illustrerò qui di seguito.
Per cominciare, è necessario distinguere tra i Tarocchi intesi come carte simboliche, risalenti al primo Quattrocento italiano, e la dottrina sapienziale che, a partire dal Settecento, gli occultisti francesi affermarono celarsi tra le pieghe del simbolismo degli Arcani. Questa dottrina mostra affinità con gli insegnamenti orientali, in particolare buddhisti e induisti, relativi al “cammino verso la Liberazione” (il Nirvana). Esistono infatti almeno due importanti complessi simbolici orientali che mostrano profonde analogie con il Tarocco.
Sui monti del Kashmir fiorì, alcuni secoli prima dell'anno Mille, un'importante corrente dello Shivaismo, il cui fondatore e più autorevole esponente fu Vasugupta, vissuto nell'ottavo secolo. Secondo il suo stesso racconto Vasugupta, guidato in sogno dal dio Shiva, scoprì all'interno di una grotta sull'Himalaya i 78 “Aforismi di Shiva” o “Shivasutra”, i quali intendevano essere una completa via per l'autorealizzazione, dettata dal dio ai suoi devoti. Gli Shivasutra erano formati da tre sezioni, la più importante delle quali, cioè la prima, conteneva 22 Aforismi: a giudizio di Lonardoni, ognuno di essi può essere posto in relazione con un preciso Arcano Maggiore dei Tarocchi.
Non lontano dal Kashmir induista, e cioè nel Tibet buddhista, apparve all'incirca nella stessa epoca l'insieme iconografico denominato “Tara Verde e l'assemblea delle 21 Tare”. Tara, un'importante divinità femminile del Tibet, viene spesso raffigurata assieme a 21 emanazioni di se stessa, ognuna con caratteristiche proprie. Il complesso formato da Tara e dalle sue 21 emanazioni costituisce un insieme di 22 ipostasi divine, particolari aspetti della divinità che, secondo Lonardoni, corrispondono a specifici Arcani Maggiori.
Così, ad esempio, l'Arcano XVI (detto “La Casa Dio” o “La Torre”) simboleggia tradizionalmente il dissolversi della visione egoica. Ad esso dovrebbe corrispondere il sedicesimo Aforisma di Shiva, ovvero “La Potenza limitatrice si dissolve in virtù del raccoglimento nel principio puro”. Il principio puro è il supremo Shiva, metafora della Coscienza Cosmica, entro la quale si dissolve “Maya”, il velo dell'illusione e della limitazione. Similmente, la sedicesima Tara è Raga-Nisudana, “Colei che distrugge i desideri”, detta anche “la Luminosa Fiammeggiante”, espressione che evoca chiaramente il lampo di energia che scoperchia la Torre dei Tarocchi.
L'Arcano XXI, “Il Mondo”, rappresenta il compimento della Grande Opera Alchemica e infatti la figura formata dall'ermafrodita danzante e dall'ovale che lo circonda sembra evocare l'ultima lettera dell'alfabeto greco (ω = omega), mentre le braccia de “Il Bagatto”, Arcano I dei Tarocchi di Marsiglia, formano la prima lettera dell'alfabeto ebraico (א = aleph). Così il Mago/Bagatto e il Mondo rappresentano l'inizio e la fine dell'opera creatrice. Il ventunesimo Aforisma di Shiva recita infatti “All'insorgere della pura Conoscenza, egli realizza la signoria della ruota delle potenze”, mentre la Tara corrispondente è Paripurana, “Colei che compie alla perfezione tutte le attività”.
“Il Matto”, cioè l'Arcano senza numero, è l'iniziato, il Folle di Dio che risale la Scala Mistica dei Tarocchi. La Shivasutra corrispondente afferma che il Risvegliato, meditando sulla Coscienza Cosmica, entra in contatto con il suono creatore e diventa a sua volta volontà creatrice. A lui corrisponde Tara Verde, posta al centro del mandala delle sue ventuno emanazioni. Ella è considerata “la Madre di tutti gli Illuminati”, perché li nutre e ne ha cura come farebbe una madre con i suoi figli, e al tempo stesso ne incarna tutte le perfette qualità.
L'etimologia della parola sanscrita “Tara”, che sembra richiamare il termine “Tarot”, riserva sorprese interessanti: la radice indoeuropea della parola è infatti “Tar” nel significato di “salvatore, redentore, liberatore”, ma anche di “stella”. Tara è dunque la Salvatrice, Colei che ci fa “passare alla sponda della Liberazione”, ma allo stesso tempo è la “Stella della Redenzione”. In quest'ultima accezione, tuttavia, il termine potrebbe avere un'origine semitica ed essere passato solo successivamente nel sanscrito. A tal proposito è interessante notare come nella Sura 86 del Corano compaia “al-Tariq”, il Visitatore notturno, ovvero la Stella mattutina; la radice “Tar” si trova inoltre nei nomi della grande dea celeste semitica, Ishtar-Astarte. La radice indoeuropea e quella semitica dunque si fondono nel significato di “stella”, emergendo anche nei nomi attribuiti alle più importanti divinità femminili di origini asiatiche. Questa comunanza di credenze spirituali e di simboli avrebbe agevolato il passaggio della dottrina di Tara nel mondo arabo. Infatti, benché i contenuti sapienziali dei Tarocchi abbiano avuto origine nell'area himalayana, essi sono certamente giunti in Europa attraverso l'impero arabo, che all'epoca si estendeva dall'India alla Spagna. Si tratta dello stesso percorso compiuto da un altro gioco non privo di implicazioni esoteriche, cioè quello degli scacchi.
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